La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo
Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
L’evangelista annota che «c’era con loro anche Tommaso», il gruppo dei discepoli è di nuovo al completo, ma non ancora veramente risanato. Il Risorto si presenta come medico che augura il bene più grande e più importante: «Pace a voi!» (Gv 20,21.26). Se questo è il dono che il Risorto porta e riporta a quei discepoli, è segno che di questo c’è maggiormente bisogno. E ancora: se il primo dono che il Risorto chiede ai suoi discepoli ritrovati è quello di donare al mondo, nel suo nome, il perdono (cfr Gv 20,23), allora è chiaro che la capacità di lasciarsi perdonare e di perdonare è il segno che la morte di Gesù non è stata vana. In mezzo ai suoi discepoli, la presenza del Risorto è capace di «spezzare» (At 2,42), ancora una volta, la propria vita come dono che ridona pace. Il suo corpo, segnato dalle ferite irrinunciabili della sua passione, è offerto alla Chiesa come il pane per il cammino attraverso la storia. Gesù venne «mentre erano chiuse le porte» (Gv 20,19) eppure «mostrò loro le mani e il fianco» (20,20). La risurrezione non è una negazione della morte e della sofferenza, non è un superamento dei conflitti e dei fallimenti relazionali, è la rivelazione della possibilità di fare spazio a una misura d’amore sempre crescente e consapevole. Mentre i discepoli rischiano di essere intrappolati nelle reti del rammarico e nell’amarezza di un fallimento che li ferisce a morte, il Signore fa delle sue ferite una rivelazione: si può sempre ricominciare ad amarsi e i fallimenti dell’amore e nell’amore possono diventare le basi per un amore più grande e più vero perché più conscio della propria vulnerabilità. Il corpo risorto e piagato del Cristo ci libera dalla vergogna di scoprire le ferite e le piaghe del nostro cuore che, nel perdono, ritrova tutta la sua pace ed è capace di spezzarla come dono agli altri. Possiamo fare nostre le parole di Pietro: «Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati» (1Pt 1,3). (M. D. Semeraro)





