Lectio di Quaresima – 09/03/2017

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Pubblichiamo il testo della lectio del primo incontro di collaborazione.

 

Il Figlio Amato

 

MATTEO 17. 1Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. 3Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 4Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». 5Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». 6All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. 7Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». 8Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
9Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

 

Nel vissuto della comunità.

La memoria dell’evento della Trasfigurazione di Gesù qui nel Vangelo di Matteo, così come anche in Marco e Luca è come una perla incastonata tra due annunci della passione e la crisi che si apre sull’appartenenza a Gesù: appartenenza dei discepoli (se qualcuno vuole venire…), del popolo (discussione su Elia…), dei singoli (guarigione di un posseduto)

 

È la traccia della memoria delle prime comunità cristiane che vivono il tempo della passione/persecuzione e si sono appoggiate, per resistere, agli anticipi che Gesù ha donato ai suoi per preparare il loro cuore all’ora della croce: anche se tu vedi Gesù solo nella sua umanissima fragilità (Gestzemani), lui ti ha mostrato la sua luce divina di Figlio amato dal Padre, di Verbo/Parola del Padre da ascoltare.

 

Nei tempi della passione/persecuzione c’è sempre un monte, un Tabor che ti attende nel mezzo, perché tu possa vivere la presenza del Figlio di Dio che ti comunica l’amore del Padre. Le prime comunità dei credenti ci trasmettono l’importanza del memoriale delle luci taboriche, per resistere alla tentazione della disperazione ed insieme, per nutrire la speranza quando i tempi che vengono avanti sono segnati dalla persecuzione.

 

Sei giorni dopo.

È più di una indicazione cronologica. Dal desiderio di Pietro di fare tre capanne e dalla sua esclamazione: Signore, è bello per noi essere qui!, si evince che i sei giorni si riferiscono ad una festa liturgica del popolo di Israele: la festa delle capanne o Sukkot: una festa legata originariamente al raccolto dei frutti, alla gioia per la abbondanza e alla custodia del senso della Provvidenza di Dio (vivere sotto le capanne); insieme è la gioia per il dono della Torah, della Parola che guida e orienta la vita del popolo di Israele e dei singoli, della Presenza del Signore che avvolge il suo popolo e stabilisce la sua regalità.

 

Questa collocazione nella liturgia ebraica ci consegna la comprensione di questa esperienza: la Trasfigurazione annuncia il compimento definitivo del tempo in cui essere nella gioia perché il Signore, nel volto del Figlio, è presente a noi nella sua pienezza, ci nutre e ci parla. Ciò che per Pietro, Giacomo e Giovanni è stato per un momento, è in realtà l’inizio di un per sempre.

 

Sembra che la prima comunità cristiana ci dica: Tu che sali sul monte con loro, leggendo questo brano, preparati alla gioia, apri il cuore, perché ti è offerta la Sua presenza luminosa, ti è dato di essere avvolto nel suo amore che provvede, che nutre, che guida con sapienza.

 

Monte.

Gesù prende Pietro, Giacomo e Giovanni e li porta sul monte. Un altro evangelista ci ricorda che li aveva già presi con sé, quando aveva richiamato dalla morte la figlia di Giairo. Li porterà ancora sul monte…quello degli Ulivi, ma non sentiranno la voce divina del Padre…udranno quella del Figlio che lo invoca, nella sua umanissima angoscia.

Sono i testimoni di rivelazioni importanti: l’anticipo del suo potere sulla morte; l’anticipo del trionfo luminoso della sua divinità; la sua umanissima obbedienza filiale che ha imparato dalle cose che patì.

 

C’é uno spazio elevato e riservato a coloro che accettano di essere presi dal Signore, di essere coinvolti nelle sue cose più profonde e più alte. Uno spazio per ascoltare la sua Parola e vederlo così come Egli è. Occorre innalzarsi, scegliere di essere portati in disparte dal mondo, dentro le prospettive del Signore, nelle sue visuali dall’alto per poter vedere e sentire le cose sotto la sua luce e la sua voce. La scelta comporta una certa fatica. Non si sale facilmente in montagna. Ci si innalza, accettando di stare in disparte rispetto al mondo e rispetto alle prospettive “di pianura”, alle vedute orizzontali. In disparte non significa in solitudine isolata, ma in solitudine abitata, insieme a Lui; “li prese con sé” “con Gesù solo”… presi, afferrati dalla sua volontà d’amore.

 

Sul monte sono presi in tre, non singolarmente. Quella che Gesù dona, non è un’esperienza intimista, è per una comunità, da vivere sempre insieme a qualcuno che non mi sono scelto, ma a cui sono unito per volontà del Signore, per sua scelta.

 

            Sono presenti questi spazi elevati nella mia vita? Li frequento? Mi lascio portare dal Signore in disparte dal mondo? Mi lascio prendere da Lui, dai suoi inviti d’amore, dalla sua compagnia che vuole abitare le mie solitudini? Mi trovo unito ad altri in questa salita, o cerco intimismi? Li guardo come scelti dal Lui o filtro le loro presenze con i miei pregiudizi e criteri?

 

Il volto brillò.

Cosa hanno vissuto i tre discepoli? Cosa accade a Pietro, Giacomo e Giovanni in disparte, sul monte con Gesù? Sono immersi in una esperienza di vicinanza e comunione profonda con Dio. É un’esperienza di teofania, di manifestazione gloriosa di Dio, con tutti i segni che la tradizione di Israele da secoli riconosce: la brillantezza del volto e delle vesti di Gesù, la nube luminosa che li avvolge, la voce.

É consegnata loro una parola nuova di verità su Gesù e di conseguenza sul loro rapporto con Lui. Ma come avviene la consegna? Vedono, sentono? Possiamo vedere anche noi, oggi, oppure ne siamo tagliati fuori e dobbiamo accontentarci di parole lontane? É una visione “alla nostra portata”?

Ascoltando la loro esperienza da Matteo, comprendiamo che ciò che vedono e soprattutto il senso della visione a cui assistono non dipende dagli occhi, ma dagli orecchi, da ciò che hanno ascoltato e ascoltano. Potremmo dire che Pietro, Giacomo e Giovanni hanno una visione “uditiva”. La visione è da loro compresa con la Parola di Dio ascoltata da generazioni, che risuona nella memoria e diventa criterio di orientamento di occhi e mente.

 

Gesù è trasfigurato davanti a loro: il volto brilla come il sole e le vesti diventano candide come la luce. Tornano alla mente le Parole dell’Esodo, l’esperienza di Mosè che torna dal monte raggiante di luce divina (Es 34,29-30) e le Parole del profeta Ezechiele sulla visione del Figlio dell’uomo splendente come l’elettro (Ez 1,26-28). Così i discepoli comprendono che il volto, il corpo, l’umanità di Gesù si fa trasparente della presenza di Dio, é il nuovo Mosè. Per noi riecheggiano anche le espressioni della preghiera di lode, che ogni giorno riportiamo ai nostri orecchi e al nostro cuore: al mattino col sapore della fiducia e della speranza ricordiamo… Verrà a visitarci dall’alto come un sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte…e prima di coricarci col sapore della consolazione grata e della pace.. i miei occhi han visto la tua salvezza, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele.

 

Mosè ed Elia.

Pietro, Giacomo e Giovanni non hanno mai visto Mosè ed Elia. Per la religione ebraica era assolutamente vietato fare ritratti e immagini, a causa del rischio dell’idolatria. Come hanno fatto a sapere che quei due erano proprio Elia e Mosè?

Li riconoscono perché la Parola di Dio ha consegnato loro un ritratto della fede e della vicenda di questi due uomini, scelti da Dio.

In Mosè i loro orecchi si aprono all’ascolto di tutta la Torah, i primi cinque libri della Bibbia, la via dell’alleanza e della libertà iniziata con l’uscita prodigiosa dall’Egitto e la conoscenza del Signore creatore e salvatore…Mosè aveva percepito e condiviso da vicino la passione di Dio presso gli uomini: ho osservato la miseria del mio popolo… ho udito il suo grido… conosco le sue sofferenze… sono deciso a liberarlo (Esodo 3).

In Elia i loro orecchi si aprono all’ascolto delle parole dei profeti, risuonate durante il tempo della stabilità, quando il popolo entra per rimanere nella terra promessa e diventa un regno, accanto ad altri, esposto e tentato di autosufficienza da Dio e di caduta nell’idolatria e nell’ingiustizia. Parole profetiche che chiamano alla conversione e che promettono una nuova e duratura alleanza tra Dio e il popolo, che gli appartiene per amore gratuito.

Sono due “uomini del monte”, due profeti-oportatori della Parola di Dio, due uomini che hanno riconosciuto la presenza potente di Dio, anche in modi inconsueti, come la brezza leggera.

Mosè ed Elia e tutta la Parola di Dio di cui loro sono memoria condensata e personale, memoria di questo lunghissimo rapporto tra Israele e il suo Dio, sono rivolti a Gesù come compimento definitivo e pienezza di quelle parole: finalmente Dio è con noi, è per noi, per sempre e possiamo vederlo faccia a faccia, nel volto e nel corpo trasfigurato di Gesù, trasparenza e presenza di Dio.

 

È bello per noi essere qui.

La Parola di Dio é scesa in mezzo a noi e dona bellezza, cioè senso pieno di amore e verità. Ai discepoli viene spontaneo desiderare la stabilità di questa presenza e della sua bellezza: facciamo tre capanne. Vogliono fare santuario, luogo dove dimora Dio, tenda del convegno dove si può incontrare e ascoltare sempre.

Il che bello per noi essere qui di Pietro, suggerisce che l’esperienza di essere immersi nella presenza di Dio che mi parla, assomiglia a tutte le esperienze, generalmente di amore e stupore che viviamo quando ci vogliamo bene, dove nel nostro cuore sgorga la stessa espressione: che bello essere qui con te, con voi, vorrei che fosse per sempre.

Insieme ci porta a domandarci se La Parola di Dio mi fa vedere e pensare diversamente, in una luce diversa? Quanto l’ascolto della Parola di Dio mi aiuta a comprendere in modo luminoso i fatti e il vissuto dei miei giorni? Nell’ascolto ho incominciato a intravedere il volto bello del Signore che vuole essere sempre, mia compagnia fedele? Porto anch’io nel cuore esperienze della bellezza di essere immerso nell’amore splendente di Dio?

 

Nube.

Sempre la nube, in particolare nell’esperienza dell’Esodo, è il segno della teofania, cioè della manifestazione divina al popolo, la sua vicinanza e guida che si manifesta in modo misterioso, cioè non possedibile ed esauribile dalla capacità dell’uomo. È segno della grazia e dell’iniziativa di Dio che avvolge la vita dei suoi e con la sua grandezza non controllabile chiede di lasciarsi fare, di lasciarsi guidare. Pietro si deve fermare, deve tacere. Lo spazio della visione si riduce, si amplia lo spazio dell’ascolto, del ricevere. Quanto sono in questo atteggiamento ricettivo con Dio, quanto invece cerco sempre il controllo, di capire tutto, di spiegare tutto?

 

È il mio Figlio.

La visione ha il suo apice nella voce del Padre che risuona nella nube, ricordando la figura del Servo di Jahvè (Is 42,1ss: Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio) e apre gli orecchi dei discepoli all’ascolto del Figlio di Dio, Gesù. Quell’uomo con cui hanno condiviso quasi tre anni della loro vita e il Figlio di Dio.

 

Amato.

In questa espressione capiamo la sorgente della luce taborica: la volontà d’amore di Dio che, come dice Giovanni nel prologo del suo Vangelo, è la vita degli uomini e del creato. Tutto è stato fatto a partire da questo: Figlio mio ti amo per sempre,  che risuona in ogni parte anche piccola del creato e soprattutto in coloro che accolgono il Figlio e ricevono il potere di diventare figli di Dio. Accogliere il Figlio amato nella propria vita è partecipare alla stessa volontà d’amore di Dio. Chi è amato è luminoso, da dentro, fa trasparire da dentro la luce del disegno di Dio per ciascuno.

 

Ascoltatelo.

Nel deserto, sul monte, Mosè riceve le Dieci Parole per custodire l’alleanza tra Dio e il suo popolo e la consegna al popolo delle Dieci Parole dell’alleanza inizia con: Ascolta Israele. Il nuovo Israele è chiamato ad ascoltare la pienezza e il compimento di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. È chiamato d ascoltare il Verbo fatto carne: la sua Parola che si è fatta persona e storia umana: la persona di Gesù, Figlio di Dio amato.

Ascoltando lui trovano l’amore del Padre per il Figlio, l’amore del Figlio per il Padre, l’amore del Padre e del Figlio che serve i figli dell’uomo. Ascoltando il Figlio entrano nella sua  esperienza, nella sua passione, morte e risurrezione per la nostra salvezza; impregnandosi di Lui diventano come Lui.

La voce di Dio è un comando per orientare gli orecchi e la volontà dei discepoli. Non è sufficiente la spontaneità o l’affetto (cioè quando mi sento o quando lo sento vicino) a garantire l’ascolto del Figlio. Se lasciati a se stessi i discepoli sono esposti e tentati di ascoltare tante voci e a tante parole, che non portano alla vittoria sul male e alla vita pienamente colma di amore eterno. Sono voci di paura, voci di disperazione o sconforto, voci di rabbia, voci che rinchiudono in se stessi, voci di illusione, di possesso, di ricerca di sicurezze e riconoscimento… e la lista potrebbe allungarsi.

Gesù stesso, condividendo la nostra esistenza é stato tentato di dare ascolto alle voci illusorie del maligno, ma le ha vinte appoggiando la sua fede e la sua volontà sulle Scritture. Dio Padre comanda anche a noi discepoli di oggi di appoggiare i nostri orecchi sui pensieri e sui sentimenti di Gesù che accogliamo da suo Vangelo.

 

Ciò che conta è rimanere con Gesù solo, ascoltarlo, impararlo. Questa sera potremmo chiederci a quali voci diamo retta e dove ci portano. Potremmo insieme ricordare una pagina del Vangelo che ci è cara perché ha accresciuto la nostra fede, ha rinnovato in noi la speranza, ha riscaldato il cuore di presenza e comunione con Dio, ci portato a scelte importanti…





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