Politiche 2018: piccola guida per elettori confusi

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Votare sì, ma come? L’editoriale propone un percorso attraverso le emozioni e i sentimenti suscitati dalla campagna elettorale, con uno sguardo che abbracci passato e futuro per superare le tentazioni di fanatismo, abitudine e astensione e affrontare il diritto-dovere al voto in maniera costruttiva.

Votare o non votare? E se sì, per chi? Sono le domande di ogni tornata elettorale, ma in queste settimane provocano uno smarrimento maggiore: l’impressione è che stiamo assistendo alla campagna più rumorosa e al tempo stesso più vuota di contenuti della storia della Repubblica, dove ogni affermazione risponde soprattutto alla ricerca dell’effetto annuncio. Queste pagine non cercheranno di semplificarvi la vita, offrendo indicazioni di voto. Proverò invece a indicare un percorso attraverso cui recuperare elementi per arrivare a una maggiore chiarezza. L’invito, rivolto a tutti – ma in particolare agli indecisi e a quanti sono intenzionati ad astenersi – è a ritagliarvi un tempo congruo per misurarvi concretamente con la responsabilità di cittadini anche attraverso l’esercizio del diritto-dovere di votare. Vi propongo un esercizio personale, che mette in gioco emozioni, memoria e sguardo al futuro. Un esercizio che ciascuno è chiamato a fare con la propria coscienza, ma che è anche collettivo e richiede il confronto con le coscienze degli altri. Non può essere delegato e nessuno può farlo al posto di un altro.

Emozioni e sentimenti

Tutti si aspettano di vedere crescere il numero degli astenuti: visto il clima generale nei confronti della politica, non solo in Italia, non è una difficile previsione. Non mancano però nemmeno quelli che sono sensibili al fascino delle proposte di partiti e movimenti, sostenitori a prova di fake news, nonostante e malgrado tutto. In mezzo, infinite sfumature, dubbi e andirivieni, accompagnati da emozioni diverse, talora in contrasto, alcune spiacevoli o sgradevoli, con cui è indispensabile fare i conti, lasciandole emergerle prima di giudicarle o rimuoverle: sono risorse motivazionali individuali e sociali cui attingere, a condizione di assumerle con intelligenza critica, che non è sinonimo di razionalizzazione. Senza fuggire dall’emotività, né lasciarvene dominare, la prima tappa dell’esercizio consiste nel rileggerla per scoprire quali tratti coglie della realtà in cui vivete e come trasformarla in risorsa, anche in vista della decisione sul voto.

Inizio passando in rassegna alcuni dei sentimenti che ci accompagnano in questo tempo. Il primo è probabilmente l’indifferenza: quella cronica di chi è interessato solo al proprio privato; quella di chi fatica a percepire la rilevanza della posta in gioco, visto che sempre di più le questioni cruciali si decidono fuori dal Parlamento; quella di chi non segue la politica e non si sente competente a prendere una decisione, arrivando magari a considerare l’astensione come una scelta di onestà. Ma c’è anche una indifferenza che non si astiene, quella di coloro che votano per abitudine o inerzia sempre lo stesso partito (o un suo succedaneo): se questo poteva funzionare nella politica del Novecento, quando i partiti mantenevano un ancoraggio almeno di facciata a un’ideologia, nel contesto attuale non sembra avere molto più senso.

Altrettanto diffusi sono confusione e incertezza, complici anche alcune peculiarità dell’attuale congiuntura, dal tramonto del bipolarismo a una legge elettorale mai sperimentata (cfr l’articolo di G. Riggio alle pp. 102-111 di questo numero). Verosimilmente dalle urne non uscirà un vincitore con numeri che gli permettano di governare da subito. Si modificheranno schieramenti e alleanze dopo il voto? In modo coerente con la volontà degli elettori? Anche esaminando i programmi risulta difficile capire per che cosa si vota: le proposte di partiti e movimenti sono modellate a misura di sondaggio per “catturare” voti, senza preoccuparsi di coerenza o fattibilità. È uno degli effetti della politica post-verità (cfr l’editoriale di febbraio 2017 «Orientarsi nell’era della post-verità», alle pp. 93-100).

Circolano poi tanta rabbia e tanto disgusto, che possono derivare dal sentirsi dimenticati dalle istituzioni anziché tutelati: sono sentimenti da interrogare, cercando di valutare la fondatezza della pretesa o aspettativa che si ritiene frustrata. Un capitolo a parte sono le reazioni al malaffare e ai crimini commessi dai politici: l’astensione è spesso vissuta come un modo per non sporcarsi la coscienza e non sentirsi complici. Ma c’è rabbia anche in molti militanti di movimenti “dirompenti” anti-casta, anti-sistema, magari accompagnata da una fiducia cieca che porta a usare pesi e misure diverse per i propri beniamini e per tutti gli altri, perché in qualcuno bisogna pur credere. Raffreddandosi, frequentemente la rabbia diventa delusione: che senso ha – si dice – votare per un partito che comunque non ci rappresenta?

Nonostante tutto – abbiamo il dovere di riconoscerlo – non manca nemmeno la trepidazione, quel sussulto di speranza che ci assale quando all’orizzonte compare qualcosa o qualcuno di nuovo: «Sarà la volta buona? Sarà quello giusto per uscire dalla palude?». La speranza del bene non muore, e questa è una risorsa; il problema è quando si declina in un’attesa messianica, che collude con la personalizzazione e il leaderismo della nostra politica, senza diventare generatrice di impegno.

Dove eravamo cinque anni fa?

Emozioni e sentimenti si presentano con la caratteristica dell’immediatezza, ma interpretarli e valorizzarli richiede di vedere come si distendono nel tempo, da dove traggono origine e verso quale orizzonte è rivolta la loro energia. Come ricordava il Presidente della Repubblica nel Messaggio di fine anno: «Non possiamo vivere nella trappola di un eterno presente, quasi in una sospensione del tempo, che ignora il passato e oscura l’avvenire, così deformando il rapporto con la realtà. La democrazia vive di impegno nel presente, ma si alimenta di memoria e di visione del futuro». L’incapacità di rileggere il passato e guardare al futuro si riflette in un impoverimento del presente, sminuendo progettualità, iniziativa e capacità di intervento. I passi successivi dell’esercizio che vi propongo richiedono investire un tempo adeguato per guardare indietro e avanti…..

 





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